Elina Chauvet: Il conforto di essere artista

La rivoluzione è l’armonia della forma

e del colore e tutto esiste, e si muove,

sotto una sola legge: la vita.

Frida Kahlo di Monica Pirone

art curator and artist

Il lavoro di Elina Chauvet non è solo una espressione artistica, il lavoro di Elina è un linguaggio, una militanza appassionata, un impegno civile, un simbolo oramai. È quell’equilibrio auspicabile per ogni artista tra la forma e il contenuto.


Una forma lineare, diretta, archetipale, essenziale e un contenuto, profondo, incisivo che scava nelle coscienze di tutti noi.


Ho avuto modo di incontrare Elina Chauvet nel 2017 quando, arrivata a Roma per un’installazione di Zapatos Rojos, fui incaricata di curare la prima mostra mondiale di Elina che raccontava e raccoglieva una buona parte del suo percorso artistico. Fu un successo assoluto e creammo immediatamente una intesa artistica, umana che ad oggi si è trasformata in una preziosa amicizia.


Il lavoro di Elina racconta segno per segno di una storia individuale e collettiva che attraversa tutti i confini e ci fa più che mai sentire “tutti sotto lo stesso cielo”.


La sua opera è pregna di quella tragicità e il sentimento che muove ogni progetto ci riporta a dovere riflettere sul destino della nostra vita, sul concetto di giustizia, su un modo nuovo di progettare il nostro futuro senza paure, disuguaglianze e con il coraggio di affermare ogni esistenza.


La cura che pone nelle sue opere fa sì che nulla sfugga alla sua attenzione: istallazione, video, performance, pittura e grafica, sono gli strumenti che utilizza con sapienza e la sua formazione, ovvero gli studi di architettura, rendono ogni progetto una meravigliosa costruzione, dove il senso della misura, le tensioni, la composizione, i pesi, sono sempre calibrati, l’idea che ogni espressione vada progettata ed abbia delle finalità pratiche, che l’arte insomma si faccia carne viva, vita di tutti i giorni.


Il mio ruolo di curatrice, anomalia per il mio percorso di artista, diviene perciò naturale, una cura reciproca direi, una militanza che si mette a servizio di concetti più alti, un livello superiore di comunicazione che mi induce a percorrere questa strada con lei con entusiasmo e crea un parallelo con il lavoro che anche io come artista mi trovo a fare e che attraverso questa relazione si arricchisce man mano di esperienze di crescita umana e professionale.


Elina oltremodo e malgrado la sua storia e le storie che racconta è gioia, la leggerezza che applica nel raccontare di efferati delitti e di strazianti lutti, portando all’attenzione temi drammatici e restituendoli al pubblico sotto forma di icone, la rende leggibile e comprensibile anche ad un pubblico non abituato all’arte e questa direi è la sua forza.


Zapatos Rojos diviene quindi un rituale collettivo e l’opera travalica i confini per divenire un lessico universale, al di là dei confini geografici e degli idiomi, supera gli ostacoli e viaggia al di là di tutto, diviene patrimonio del mondo femminile e di ogni essere umano voglia cogliere questa opportunità.


Negli ultimi anni anche per questo motivo, abbiamo assistito ad appropriazioni che definirei indebite dell’opera e del ruolo dell’artista, perché, a volte in buona ed a volte in cattiva fede, si è dimenticato chi ha creato l’opera, per limitarsi ad utilizzarla in maniera simbolica.


Periodicamente qualcuno fa proprio il progetto, dimenticando che Zapatos Rojos è di una artista che ha un nome: Elina Chauvet e che dal 2009, prima installazione urbana in Cd. Juárez Chihuahua, ha continuamente lavorato sul progetto e ancora vi lavora. E che il progetto è frutto di sofferenza, lavoro, cura, ingegno. L’opera quindi diviene rituale collettivo, la ripetizione da un punto all’altro del mondo fa sì che possa essere di tutti, nella semplicità del gesto finale, replicabile, ma se la “posa in opera” è patrimonio comune, l’attribuzione rimane all’artista e curare Zappatos significa partecipare insieme ad altri alla costruzione. Significa fare parte di una coralità, ma non equivale a creare un’opera che esiste già e che ha una sua autonomia.

Certamente Zapatos Rojos è l’opera più nota di Elina Chauvet, ma non meno importanti sono gli altri suoi lavori, meno conosciuti dal pubblico, ma che nella stessa maniera e non con meno forza raccontano storie importanti.


Nel 2019 al Macro, Museo d’Arte Contemporanea di Roma, curai una performance in anteprima mondiale, Pietatem, un racconto appassionato, struggente che narra dei lutti delle madri in Messico, delle donne, delle ragazze, delle bambine rapite e in seguito ritrovate morte nel deserto al Nord del Paese e del rituale delle croci rosa in memoria delle figlie brutalmente assassinate e destinate a perdersi nell’oblio. Elina si fa carico del lutto, mettendo “in scena” il dolore , la sua dignità, le parole non ci sono. La postura ci rimanda alla Pietà di Michelangelo e la compassione che l’artista esprime lascia tutti con il fiato sospeso, non ci sono parole per raccontare troppo dolore, la performance diviene un raccoglimento religioso e rappresenta tutta la tragicità della perdita di un figlio.


Stesso dicasi per Justicia opera installativa e video, dove Elina si priva dei suoi lunghi capelli e raduna in ciocche, tante quante furono le donne ritrovate nel deserto uccise e che i famigliari poterono riconoscere proprio dai capelli, scavando ovunque per ritrovarle. Anche qui l’artista mette il suo corpo a disposizione per farsi carico e raccontare, facendosi infine tatuare la parola “justicia” sulla testa totalmente privata di capelli e documentando con la comparsa del sangue questi gravi lutti. Un’immagine potente, forte, appassionata, compassionevole.


Del resto, anche in Zapatos Rojos, cosa sono quelle scarpe rosse in fila vicine le une all’altra che divengono un esercito di presenze che oramai sono delle assenze? Il corpo delle donne diviene per Elina un linguaggio, sia che sia presente e anche più quando non è rappresentato.


Nelle sue opere grafiche ritroviamo il simbolo delle scarpe rosse ma Elina lavora la superficie, la riempie di frasi in tutte le lingue, frutto di corrispondenze nel mondo con donne che le hanno voluto inviare testimonianze di violenze subite, messaggi di solidarietà, il segno di volerci essere, di voler partecipare al suo progetto. La carta si popola di simboli e lei disegna, imprime, stampa, ricama pone al suo interno una serie di materiali e riporta su un supporto tutto il significato profondo, in linea con Zapatos Rojos, senza calcare troppo la mano ci restituisce un’immagine fresca, attraente, ci cattura con il colore e ci trasporta nel suo mondo.


Elina Chauvet attinge dalla vita, racconta del suo Paese, ma diviene universale, analizza la collettività e ne assorbe gli orrori elaborandoli, filtrandoli e trasformandoli in arte, per poi restituire proprio alla collettività tutto ciò che vede, in una forma leggibile, accettabile. Elina crea una forma circolare, un flusso che ridona vita a chi vita non ne ha più, attraverso il conforto che solo una artista sensibile ci può rimandare: uno specchio che ci fa vedere ciò che forse da soli non riusciremmo. Rome 2/7/2021


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